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Assegno di divorzio: le Sezioni Unite introducono il “criterio composito”

Con la sentenza n. 18287/18, depositata in data 11/07/2018, la Corte di Cassazione Civile a Sezioni Unite risolve il contrasto giurisprudenziale inaugurato da Cass. Civ. n. 11504/17, del 11/05/2017 (c.d. sentenza Grilli), in tema di determinazione dell’importo dell’assegno di divorzio;

se dagli inizi degli anni ’90 era adoperato dalla giurisprudenza il criterio per il quale l’assegno divorzile dovesse essere determinato in funzione di garantire il medesimo tenore di vita goduto durante il matrimonio, con la pronuncia “Grilli” i giudici hanno invece stabilito che l’importo dell’assegno deve essere parametrato alla capacità economica e reddituale del coniuge beneficiariole SS. UU. al riguardo spiegano che il giudice, nel determinare l’ammontare del contributo in favore del coniuge economicamente più debole, deve procedere alla “valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali dando particolare rilievo al contributo fornito dall’ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future ed all’età dell’avente diritto. Il parametro così indicato si fonda sui principi costituzionali di pari dignità e di solidarietà che permeano l’unione matrimoniale anche dopo lo scioglimento del vincolo” (sent. n. 18287/18). Alla base del cambio di rotta adottato dalla Suprema Corte si pone la tesi per cui “il contributo fornito alla conduzione della vita familiare costituisce il frutto di decisioni comuni di entrambi i coniugi, libere e responsabili, che possono incidere anche profondamente sul profilo economico patrimoniale di ciascuno di essi dopo la fine dell’unione matrimoniale”; ribadita la funzione assistenziale, compensativa e perequativa dell’assegno di divorzio, la Suprema Corte ha precisato che per la sua determinazione occorre riferirsi alla prima parte dell’art. 5, comma 6, l. n. 898/1970 (come aggiornata, da ultimo, dal D.Lgs. 01 Marzo 2018, n. 21), della quale è stata perciò richiamata in sentenza l’evoluzione legislativa; se con Cass. Civ. SS.UU. n. 1149/1990 veniva cristallizzato, ai fini del quantum dell’assegno di divorzio, il criterio del medesimo tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, mitigandone l’evidente astrattezza a mezzo del riferimento alla durata del matrimonio ed all’opportunità che l’ex coniuge avesse formato un nuovo nucleo relazionale, caratterizzato dalla convivenza e dalla condivisione della vita quotidiana, la pronuncia in oggetto afferma che bisogna invece prendere in considerazione il contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio ed all’età dell’avente diritto; tanto poichè la natura e l’entità di tale contributo sono frutto delle decisioni comuni riguardanti i ruoli endofamiliari, che “costituiscono l’espressione tipica dell’autodeterminazione e dell’autoresponsabilità … sulle quali si fonda la scelta di unirsi e di sciogliersi dal matrimonio”, tenendo conto di quello che si è contribuito a realizzare in funzione della vita familiare. Anche assumendo come punto di partenza il profilo assistenziale, “questo criterio deve essere calato nel “contesto sociale” del richiedente, un contesto composito formato da condizioni strettamente individuali e da situazioni che sono conseguenza della relazione coniugale”; infatti, “lo scioglimento del vincolo incide sullo status ma non cancella tutti gli effetti e le conseguenze delle scelte e delle modalità di realizzazione della vita familiare”.

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